ANNI NOVANTA E DUEMILA. ARRIVO DELLE MULTINAZIONALI E
INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE AZIENDE LOCALI
IVa DIVERSIFICAZIONE PRODUTTIVA


Un evento che rinvigorisce le sorti dello scarpone da sci all’inizio del decennio è il ritorno degli scarponi a quattro o cinque ganci con un ulteriore avvolgimento sulla parte superiore di una fascetta in velcro. Anche gli sci cambiano forma, si accorciano drasticamente in lunghezza e aumentano in larghezza rendendoli più facilmente conducibili sulla neve. L’entusiasmo per l’entrata posteriore si è a poco a poco affievolito e Montebelluna, che possiede la tecnologia completa, dalla costruzione degli stampi, materiali, ganci e meccanismi e i molti progettisti allenati da anni di esperienza, accresce la propria capacità di attrazione delle aziende straniere. In una fase che vede lo scarpone da sci in difficoltà (è un prodotto ormai maturo e deve affrontare la concorrenza di nuovi modi di giocare sulla neve, come lo snowboard), il ritorno alla tradizione è una provvidenziale boccata di ossigeno.
Il nuovo prodotto di moda degli anni Novanta è però il pattino in linea, una vecchia idea che improvvisamente esplode in tutto il mondo per iniziativa di due fratelli americani Scott e Brennan Olson giocatori di Hockey sul ghiaccio che, desiderando allenarsi anche durante il periodo estivo, hanno sostituito la lama con le ruote in-linea
Il business degli inline si rivela una gallina dalle uova d’oro soprattutto per i produttori di scarponi, in quanto consente loro di sfruttare i macchinari per lo stampaggio dello scafo in plastica, altrimenti sottoutilizzati, nella restante parte dell’anno.
La seconda calzatura, che dal 1993, arricchisce il panorama calzaturiero del distretto montebellunese è la scarpa per lo snowboard. Si tratta di un prodotto giovane, che arriva dagli USA, che segnala un cambiamento di costume relativamente al modo di giocare sulla neve: i praticanti sono in prevalenza ragazzi sotto i 25 anni, e rappresentano ormai il 10 % del mercato delle calzature invernali.
Fra le diversificazioni produttive vincenti acquista un posto significativo la scarpa da città: si assiste a un recupero dell’antica tradizione degli scarperi montebellunesi che all’inizio del secolo giravano con i loro carretti la provincia di Treviso. Casi esemplari del boom di questo comparto sono sicuramente i marchi Geox e Stonefly.
Infine non si può dimenticare l’abbigliamento sportivo, entrato a pieno titolo fra le produzioni di punta di molte aziende che cercano di diversificare ulteriormente la propria offerta.
Negli anni Novanta il distretto montebellunese assume caratteristiche spiccatamente internazionali in seguito all’acuirsi di due fenomeni: la delocalizzazione produttiva e l’arrivo delle multinazionali.
Il decentramento all’estero di alcune fasi del ciclo produttivo inizia in realtà negli anni Settanta, quando i produttori di scarpe da tennis e da jogging, seguendo l’esempio dei grossi brand americani e tedeschi, trasferiscono nei Paesi del Sud Est Asiatico la produzione, conservando in loco la progettazione.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, anche l’Est europeo diventa un’area di grande attrazione. La vicinanza (poche ore di macchina separano il Veneto dai paesi ex comunisti) coinvolge nel fenomeno della delocalizzazione un numero crescente di aziende di grande, ma anche di media e piccola dimensione che, attirate dal basso costo del lavoro, trasferiscono in quei Paesi alcune fasi del ciclo produttivo (orlatura e taglio), o addirittura l’intera produzione dei loro articoli di fascia bassa.
Se le aziende montebellunesi vanno a produrre fuori, ci sono però multinazionali che trasferiscono nel distretto progettazione e industrializzazione delle proprie linee sportive. Le prime avvisaglie di questa tendenza risalgono ancora agli anni settanta quando la famiglia Caberlotto cede al gruppo Spalding (in seguito acquisito da Rossignol) la Caber, specializzata in scarponi da sci. Nel corso degli anni Novanta molte grandi aziende del distretto diventano il braccio operativo di holding internazionali: lo start è nel 1989, con il gruppo Benetton Sportsystem (Nordica, Prince, Rollerblade, Kastle, Asolo, Di Varese); nel 1990 Brixia, Sanmarco e Munari si fondono con Head (sci) e Tyrolia (attacchi) e Mares (sport acquatici) in HTM; nel 1993 Sangiorgio viene acquisita dalla francese Salomon, che a sua volta viene poi rilevata da Adidas; nel 1994 Nike acquista Canstar, diventata poi Bauer Italia; nel 1995 Rossignol ingloba Meran (marchio Risport). Vi sono poi molti altri grandi gruppi che affidano alcune lavorazioni a contoterzisti del distretto: Fila, Umbro, Mizuno, Asics, Mitre, Lafuma.
Alla fine del decennio il processo di concentrazione comincia ad interessare anche i grandi marchi nostrani: sono del 1998 l’alleanza Tecnica-Dolomite, l’acquisizione di Diadora da parte della torinese Invicta e con la cessione di Nordica e Rollerblade a Tecnica da parte di Benetton nel 2003. Tecnica inoltre acquisisce anche l’austriaca Blizzard (sci) e diventa in tal modo il più importante gruppo di sports invernali.
Da vedere:
Uno dei primi modelli di Geox e Stonefly
La scarpetta da free-climbing modello Mythos de La Sportiva
I primi scarponi da snowboard, sia hard (con guscio rigido in plastica per alpine), che soft (con tomaia morbida per freeride e freestyle); sono entrambi di Northwave
Una scarpa da rugby Kinner by Rem’s





